Monica Bandini
Monica Bandini, sport e amore per la terra
Un carattere forte e determinato, come si addice a qualsiasi sportivo, e un viso dolce e spensierato tipico di tante ragazze romagnole: Monica Bandini, nata a Faenza il 16 novembre 1964, ha vissuto la sua vita ancorata agli intensi sentimenti famigliari, che la legavano al papà Giovanni, alla mamma Mirella e al marito Massimo. Nel suo cuore battevano forte lo spirito sportivo e il desiderio di misurarsi con se stessa e con gli altri, sfociati nella passione adolescenziale per il podismo, condivisa in molte occasioni con il papà e successivamente per il ciclismo, di cui fu certamente un apripista a livello nazionale per allargare anche alle ragazze questa disciplina, che precedentemente era quasi un’esclusiva maschile.
Ma a fianco dello sport Monica aveva un altro grande amore, quella per la terra e per i suoi prodotti, una passione, verso cui fu contagiata dal papà Giovanni, prima bracciante agricolo, poi coltivatore diretto, quando acquistò un bel podere a Villagrappa di Forlì e cominciò a coltivarlo a vigneti e frutteti (pesche, susine, albicocche, kaki). Un’attività, quella agricola, la cui conduzione Monica condivise con il padre e gestì, con capacità professionale ed entusiasmo, in prima persona dopo la sua scomparsa.
L’approccio allo sport
Era ancora una bambina, quando Monica cominciò a fare attività sportiva nella Polisportiva Cava di Forlì: il mezzofondo (1.500 – 3.000) era la sua specialità, ma ben presto, attorno ai 12/13 anni, forse per la sfegatata passione per il ciclismo del padre, si avvicinò alle due ruote. C’era però un problema di non poco conto: all’epoca – siamo a fine degli anni ’70 – a Forlì tutte le società ciclistiche non avevano sezioni femminili, per cui Monica, sempre supportata dal papà Giovanni e dalla mamma Mirella, dovette emigrare sportivamente nella zona di Salsomaggiore, presso la Polisportiva Tabiano Terme, una delle poche che in Emilia-Romagna offriva tale opportunità alle ragazze. Dopo qualche anno di attività ciclistica in quel contesto, Monica approdò alla Ricci Ceramiche di Lugo, dove già correva il futuro marito Massimo Liverani, dove per lei venne fondata una sezione femminile del team. Grazie al suo entusiasmo e alle sue qualità sportive, la squadre crebbe in termini di risultati, ma non numericamente, tanto che le componenti rimasero sempre poche. Monica, di fatto, ebbe il merito di portare in Romagna il ciclismo femminile, contribuendo, spesso anche a livello organizzativo, alla gestione del team.
Le qualità sportive di Monica in bicicletta sono presto dette: grandi doti di scalatore e ottimo ritmo come passista. Gli esperti affermano oggi, guardando al suo curriculum ciclistico, che avrebbe potuto vincere molto di più, se avesse avuto sviluppato maggiormente la volata.
Arrivano le vittorie
Ben presto, ancora ai tempi della Ricci Ceramiche, arrivarono i primi successi. Nel 1987 vinse il Trofeo Città di Schio e nello stesso anno fu convocata in nazionale dal commissario tecnico De Donà per i mondiali che si svolsero a Villach in Austria, dove si aggiudicò il bronzo nella cronometro a squadre (50 km) insieme a Imelda Chiappa, Francesca Galli e Roberta Bonanomi. L’anno successivo arrivò il successo più importante della sua carriera ai mondiali di Renaix (Belgio) con l’oro nella medesima specialità: il team era leggermente cambiato rispetto all’anno precedente, in quanto ne faceva parte anche Maria Canins al posto di Imelda Chiappa. Le stesse quattro atlete, nel 1989, conseguirono un nuovo prestigioso risultato, l’argento mondiale a Chambery (Francia) correndo, ancora contro il tempo, la 50 km.
Non mancarono in questo periodo anche alcuni piazzamenti di prestigio ai campionati italiani su strada, con un secondo posto nel 1987 dietro a Maria Canins, un terzo nel 1988 (prima ancora la Canins e seconda la Chiappa) e ancora un secondo nel 1990, però nella prova a cronometro, di nuovo alle spalle di Maria Canins. Nei medesimi anni Monica raggiunse i risultati più interessanti anche nelle grandi corse a tappe: nel 1989 fu 6° nella classifica finale sia del Giro d’Italia che del Tour de France e nel 1990 giunse 4° nella Grand Boucle francese. E’ del 1991 il massimo risultato ai Mondiali su strada, con un dignitoso ottavo posto conseguito a Stoccarda. Passato qualche anno, Monica cambiò team e approdò dapprima nel 1996 nella squadra Michela Fanini, l’anno successivo alla Faedo Grumo e nel 1998 fino a fine carriera (1999) alla toscana Edil Savino: proprio con questa casacca portò a casa un’ultima e prestigiosa vittoria, ovvero il Giro del Trentino – Memorial Audenzio Tiengo (1998), gara a tappe di tre giorni, togliendosi la soddisfazione di lasciarsi alle spalle una campionessa del calibro di Fabiana Luperini. In quel medesimo anno il Ranking mondiale del ciclismo femminile la collocava all’8° posto assoluto.
Le passioni non finiscono mai
Appesa la bicicletta al chiodo nel 1999 e lasciatasi alle spalle l’attività agonistica, ben presto Monica, dopo qualche anno di stop assoluto, scoprì che una passione così viscerale come quella per le due ruote, non poteva considerarsi conclusa. Cominciò così, come accade spesso per tanti atleti, a dedicarsi alle Gran Fondo a partire dai primi anni 2000: da allora fino al 2017, conciliando l’altra sua grande passione, ovvero la gestone dell’azienda agricola di famiglia, ha preso parte ad un’infinità di eventi del genere, aggiudicandosene oltre 100, fra cui 4 edizioni della conosciutissima Nove Colli (1995, quando era ancora in attività, 2002, 2003 e 2004) e una Ötztaler Radmarathon (230 chilometri con un dislivello complessivo di oltre 5.000 m) nel 2008.
Verso il Paradiso con il trattore…
La scomparsa di Monica il 19 aprile 2021 ha provocato grande sgomento non solo nel mondo sportivo dove era conosciutissima, ma anche fra le tante persone che le hanno voluto bene, apprezzandone la determinazione e il coraggio espresso in tutta la sua esistenza. Monica ha lasciato questo mondo, proprio mentre era intenta nel lavoro dei campi: pur nell’immenso dolore per la sua dipartita, è confortante pensarla oggi lassù in un contesto di serenità, raggiunto, questa volta non in bicicletta, ma con il trattore, simbolo della sua grande passione per la terra e per i suoi frutti.
Il monumento in sua memoria, eretto proprio nella proprietà agricola di famiglia all’angolo fra via Ossi e via dei Sabbioni, rappresenta un piccolo, ma significativo gesto della comunità locale di Villagrappa, per esprimere riconoscenza a Monica per tutto quanto ha realizzato nella sua esistenza e per contribuire a consolidare la sua memoria, anche nei confronti dei tanti ciclisti amatoriali, che ogni giorno frequentano questi luoghi.
Contributo privato: Gabriele Zelli | Si ringraziano: geom. Giorgio Zauli – Massimo Liverani